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CHE FINE HA FATTO L’INFLUENZA?

Finalmente una buona notizia: calano in tutto il mondo, fino a oltre il 90 per cento, i casi di influenza. Merito delle mascherine, dell’igiene delle mani e del distanziamento sociale. Merito anche dei vaccini antinfluenzali, la cui richiesta è aumentata

L’infiuenza, quest’anno, sembra quasi sparita. Il numero di casi nel mondo, infatti, è precipitato: in alcune aree si è arrivati al 98 per cento di casi in meno rispetto alla scorsa stagione. In Australia, per esempio, dove la circolazione del virus infiuenzale si è già conclusa perché si sviluppa da aprile a settembre, quando a quelle latitudini è inverno, nell’agosto 2020 sono stati registrati appena 107 casi di infiuenza contro i 61mila dell’agosto 2019, confermati dai laboratori. Risultati simili sono stati osservati anche in Sudafrica, Argentina, Cile, Nuova Zelanda. Merito soprattutto delle misure anti COVID-19, dicono gli esperti: distanziamenti, mascherine, lavaggio e sani”cazione delle mani, chiusure dei luoghi di aggregazione (cinema, teatri, discoteche, pub, ristoranti ecc.). È un’assai magra consolazione l’essere riusciti quasi a debellare l’infiuenza perché l’abbiamo fatto pagando un prezzo altissimo, prigionieri della pandemia e di tutte le sue conseguenze. Gli scienziati, comunque, avvertono che serve cautela nel valutare i dati sull’infiuenza perché il sistema di sorveglianza potrebbe avere subìto un contraccolpo proprio a causa della pandemia. Il Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie (ECDC) evidenzia per esempio che, ancora in piena emergenza COVID-19, non tutti i medici riescono a inviare i dati sui contagi da infiuenza e non tutti i laboratori riescono a processarli.

Sotto tono anche in Italia

L’epidemia infiuenzale, per fortuna, sembra essere molto contenuta anche nel nostro emisfero, Italia compresa. Il primo caso di infiuenza stagionale nel nostro Paese era stato identi”cato lo scorso 29 settembre in un bambino di nove mesi a Parma. Infiunet, il sistema nazionale di sorveglianza epidemiologica e virologica dell’infiuenza, coordinato dall’Istituto superiore di sanità e dal Ministero della salute, nella prima settimana di gennaio registrava circa 85mila nuovi casi (1,4 casi ogni mille abitanti). «Nello stesso periodo del 2020 erano stati tre volte e mezzo di più», osserva Fabrizio Pregliasco,
virologo dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi nel capoluogo lombardo. «Non dobbiamo comunque abbassare la guardia perché il freddo determina di solito un aumento dei contagi e la curva potrebbe innalzarsi. Sono però ottimista perché, nonostante un avvio un po’ faticoso e ritardato, la campagna vaccinale antinfiuenzale ha funzionato e c’è stato anche un aumento significativo della quota dei vaccinati. Il che, unitamente alle misure di protezione individuale e ai distanziamenti, rende questa stagione influenzale molto più contenuta delle precedenti».

Cosa abbiamo imparato

La pandemia ci sta mettendo di fronte alla necessità di cambiare o riorganizzare, anche per il futuro, molti aspetti della nostra vita sociale. «Abbiamo per esempio “sdoganato” la mascherina, che in epoca pre COVID vedevamo indossare solo dai giapponesi o dai cinesi», osserva Pregliasco. «Ora abbiamo imparato che è un importante dispositivo di protezione da indossare, anche quando avremo scon”tto la COVID-19, ogni volta che avremo sintomi di una malattia respiratoria, per proteggere chi ci sta vicino, a cominciare dai familiari che la indosseranno a loro volta. Inoltre, lavarsi spesso le mani, non toccare il viso con le mani, soprattutto se non sono state appena lavate, non andare a lavorare o a scuola con la febbre sono altre buone pratiche igieniche che devono diventare routinarie, perché ci aiuteranno a contenere le future epidemie, compreso quella stagionale dell’infiuenza».

Vaccinati, più forti

Uno studio statunitense ha analizzato diciotto diversi vaccini – tra cui antipolio, Haemophilus infiuenzae tipo B, morbillo-parotite-rosolia, varicella, coniugato pneumococcico, infiuenza geriatrica e vaccini anti epatite A e B – e ha concluso che le persone vaccinate di recente (da uno a cinque anni prima) anche a uno solo di questi vaccini manifestavano tassi di infezione da SARS-CoV-2 più bassi. Il vaccino antinfiuenzale può aiutarci a ridurre il rischio di contrarre la COVID-19? «Dallo studio è emerso che i vaccinati si sono ammalati meno di COVID-19, facendo pensare a un effetto di rinforzo del sistema immunitario determinato da alcuni vaccini. Del resto, una delle ipotesi a sostegno del fatto che i bambini si contagiano molto meno con SARS-CoV-2, rispetto agli adulti, è proprio il fatto che i cicli vaccinali ai quali vengono sottoposti stimolano la risposta immunitaria protettiva», conclude il virologo Pregliasco.


Preveniamo l’influenza in 6 mosse

  • Facciamo il vaccino antinfluenzale: è sicuro ed è efficace. Riduce in media del 70 per cento il rischio di contrarre l’influenza.
  • Laviamo spesso le mani con acqua e sapone, in particolare dopo avere tossito e starnutito o dopo avere frequentato luoghi e mezzi di trasporto pubblici; se acqua e sapone non sono disponibili, usiamo soluzioni detergenti a base di alcol (al 65-75%).
  • Copriamo naso e bocca con un fazzoletto, possibilmente di carta, quando tossiamo e starnutiamo, da gettare immediatamente nella spazzatura. In alternativa starnutiamo o tossiamo nella piega del gomito.
  • Evitiamo di toccare occhi, naso e bocca con le mani non lavate perché i germi, non solo quelli dell’influenza, si diffondono soprattutto in questo modo.
  • Evitiamo di stare in contatto con chi ha l’influenza. Se si tratta di familiari conviventi, facciamo loro indossare la mascherina, indossiamola noi e arieggiamo spesso le stanze di casa.
  • Rafforziamo a tavola le difese immunitarie con la dieta mediterranea ricca di verdura, frutta, cereali integrali, legumi, pesce azzurro che sono una miniera di vitamine C, D, E, carotenoidi, omega-3, fibre, ferro, zinco.

Perché l’influenza arriva in inverno?

I virus influenzali circolano tutto l’anno, ma in inverno se ne registra la massima diffusione quando frequentiamo di più gli ambienti chiusi, che possono essere affollati. Le misure anti pandemia però hanno quasi azzerato il fattore “folla” tra quelli responsabili del contagio influenzale. Restano il fattore freddo e gli sbalzi di temperatura. Il freddo blocca, nelle vie respiratorie, il movimento verso l’alto delle ciglia sulla mucosa, favorendo l’annidamento in profondità di virus e batteri che altrimenti sarebbero rimossi. Ecco perché siamo più soggetti anche a polmoniti e bronchiti durante la stagione invernale. Tuttavia, è soprattutto il repentino passaggio da un ambiente caldo a uno freddo a favorire lo shock termico che “paralizza” il movimento delle ciglia bronchiali. Per questo, mantenere il riscaldamento degli ambienti chiusi non oltre i 20 °C non è solo una pratica ecologica, ma può contribuire anche a ridurre gli sbalzi termici quando si passa dal chiuso all’aperto.


Questo test distingue tra COVID-19 e “semplice” influenza

Si chiama Alinity m Resp-4-Plex, è un test prodotto dalla statunitense Abbott e ha da poco ottenuto il marchio CE per essere distribuito nei Paesi dell’Unione Europea negli ospedali, nei centri universitari e nei laboratori: con un solo tampone nasofaringeo (come quello che si fa per la diagnosi del coronavirus), che viene poi analizzato in laboratorio con uno strumento dedicato, riesce a distinguere fra la presenza di SARS-CoV-2, dei virus dell’influenza di tipo A e B e del virus respiratorio sinciziale umano (Rsv), che causa nei bambini la bronchiolite e la polmonite. Esistono altri test di questo tipo, sviluppati negli ultimi mesi, e potrebbero aiutare molto nella diagnosi differenziale delle malattie respiratorie.

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