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EUROPA SINISTRA, IMMERSA NEL BOLSCEVISMO

Prima liberati e poi occupati dai RUSSI, molti Paesi dell’Est persero tutto (autonomia, DIRITTI CIVILI, ricchezze) in nome di un’ IDEOLOGIA. Ecco chi, e come, governò l’Europa Orientale fino al 1989

Con la fine della Seconda guerra mondiale, i territori occupati dall’Armata Rossa finirono per essere sottomessi con la forza all’Unione Sovietica. Winston Churchill, primo ministro britannico durante la guerra, in un famoso discorso tenuto negli Stati Uniti disse: “Da Stettino, sul Baltico, a Trieste, sull’Adriatico, una cortina di ferro è calata sul continente. Questa non è certo l’Europa liberata per costruire la quale abbiamo combattuto”. Si stava aprendo un’epoca che il giornalista americano Walter Lippmann battezzò Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, attraverso il Piano Marshall, riversarono sull’Europa aiuti di ogni genere; Stalin non solo respinse il piano, ma obbligò i Paesi satelliti a fare altrettanto e nel settembre 1947 fece nascere il Cominform, l’Ufficio d’informazione dei partiti comunisti, a cui aderirono i partiti comunisti dell’Europa orientale, più quello francese e italiano. Secondo lo storico Andrea Romano, docente di storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata e attualmente deputato della Repubblica: «La sovietizzazione dei Paesi dell’Est, o meglio la loro stalinizzazione, passò per la violenta instaurazione di regimi monopartitici e per l’epurazione degli stessi partiti comunisti dagli elementi meno affidabili, normalmente attraverso l’organizzazione di processi spettacolari ricalcati sul modello di quelli svoltisi a Mosca negli anni Trenta». Nell’aprile del 1949 a Washington fu firmato il Patto Atlantico a cui rispose l’Urss stringendo con i Paesi satelliti un’alleanza militare, il Patto di Varsavia. In politica estera il programma dell’Urss era dunque chiaro: trasformare i Paesi dell’Europa Orientale in “democrazie popolari”, anche se l’uso della parola democrazia era quantomeno inappropriato. Si trattò infatti di brutali imposizioni politiche e sociali in Paesi ridotti allo stato di “satelliti”. «La cortina di ferro fu una scelta sostanzialmente isolazionistica e dunque difensiva, ma non per questo meno nefasta per quei Paesi che vi furono inclusi a forza», commenta Romano. «Maturò dalla consapevolezza della propria debolezza. Mentre nei Paesi occidentali la ricostruzione postbellica si consolidava e i sistemi di welfare si diffondevano, il campo sovietico si trincerava dietro un sistema economico dominato dalla pianificazione e dallo sviluppo dell’industria pesante, nel nome della sicurezza assoluta». La Guerra Fredda, che finì con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, ebbe fra i suoi protagonisti feroci dittatori simboli dell’intolleranza dei regimi filosovietici. Tra loro solo il romeno Nicolae Ceausescu (vedi articolo nelle prossime pagine) venne rovesciato e giustiziato. Il destino e le azioni degli altri in queste pagine.

ALBANIA, ENVER HALIL HOXHA

Enver Halil Hoxha governò l’Albania con metodi brutali dalla fine della Seconda guerra mondiale fino alla sua morte, nel 1985, facendone uno dei Paesi più isolati del pianeta. Perché non solo si alienò i Paesi occidentali: troncò anche i rapporti con l’Unione Sovietica prima e con la Cina poi. Già dal ’41 a capo del Partito comunista albanese, Hoxha conobbe nel 1947 Stalin e Molotov (l’unico tra i principali rivoluzionari bolscevichi a sopravvivere alle purghe degli anni Trenta). Dall’incontro uscì rafforzato nelle sue già granitiche convinzioni, e prese l’impegno di riunificare in Albania tutti i circoli marxisti nel partito unico. E così fece. Durante il suo regime diversi dirigenti furono eliminati per attività controrivoluzionaria; la tortura fu utilizzata sistematicamente negli interrogatori e tantissimi albanesi morirono internati in campi di lavoro. Le libertà di parola e di associazione furono bandite nel Paese, come pure fu vietato l’uso della televisione e proibito, pena l’ergastolo, il canto di canzoni che facessero riferimento allo stile di vita occidentale. Hoxha non abbandonò le sue convinzioni staliniste neanche dopo il noto discorso di Nikita Krusciov al XX Congresso del Pcus del 1956: in quell’occasione il nuovo leader sovietico (dal 1953, anno della morte di Stalin, fino al 1964) picconò la politica repressiva del suo predecessore, sancendo in qualche modo la fine del terrore stalinista. Ma Hoxha disertò il congresso e continuò per la sua strada.

Atei di Stato
Ispirato dalla Rivoluzione culturale cinese, il dittatore confiscò o rase al suolo chiese, monasteri e sinagoghe. Proibì l’uso di nomi religiosi e nel 1967 poté dichiarare con grande soddisfazione che l’Albania era l’unico Paese dove l’ateismo di Stato era scritto nella Costituzione. Ma la morte di Mao nel 1976 e le successive riforme economiche portarono Hoxha a rompere anche con la Cina. Arrivò addirittura ad accusare Pechino e Mosca di essere “potenze social-imperialiste”. Morì nel 1985, lasciando un Paese economicamente e socialmente devastato.

UNGHERIA, MATYAS RAKOSI

L’Ungheria, che ha vissuto la sua lunga stagione comunista dal 1949 al 1989, ha dato vita al primo importante movimento d’opposizione al regime. Dal 23 ottobre al 10 novembre 1956 una grande sollevazione armata antisovietica, passata alla Storia come la “Rivoluzione ungherese”, venne duramente repressa dall’intervento armato delle truppe sovietiche. Morirono circa 2.700 ungheresi e 720 soldati sovietici, i feriti furono molte migliaia e circa 250.000 ungheresi lasciarono il Paese. Qualche anno prima, solo una strenue, ma inutile opposizione all’influenza sovietica era stata possibile al Partito dei Piccoli Proprietari che aveva vinto le elezioni con il 57% dei voti. I sovietici non concessero al partito vincitore la possibilità di formare un governo, obbligandolo a una coalizione con i comunisti che, occupando il ministero dell’Interno, iniziarono una durissima campagna di arresti e intimidazioni, per ribaltare il responso elettorale.

L’invasione
Il 18 agosto del 1949 il parlamento approvò la nuova costituzione, modellata su quella sovietica. Le elezioni furono un grande successo per i comunisti, visto che erano organizzate a lista unica. Matyas Rakosi, già segretario generale del Partito dei lavoratori e dal 1952 presidente del Consiglio dei ministri, era diventato di fatto il leader del Paese. Fece giustiziare 2.000 persone, imprigionarne 100.000, trasformò il sistema educativo improntandolo all’ideologia comunista e utilizzò la forza per collettivizzare l’agricoltura, investendo tutti i capitali nell’industria pesante. I risultati arrivarono presto, sotto forma di tracollo economico. Il cardinale Jozsef Mindszenty, figura di spicco nella resistenza al nazismo, fu arrestato, accusato di tradimento e condannato all’ergastolo, dopo essere stato costretto con torture a confessare la veridicità delle accuse. Morto Stalin, Rakosi, pur rimanendo a capo del partito, fu sostituito nel 1953 da Imre Nagy sulla poltrona di primo ministro. Distinguendosi da chi lo aveva preceduto, Nagy concesse non poche aperture, liberò diversi prigionieri politici e promosse dibattiti e riflessioni su elezioni libere e democratiche, ritirando l’Ungheria dal Patto di Varsavia. Dopo una lotta tenace contro il suo avversario, Matyas Rakosi riuscì a far condannare Nagy per “deviazionismo di destra”, riconquistando il potere nel 1955. Ma nel 1956 Nikita Krusciov puntò il dito contro il modello ungherese, giudicando il processo a Nagy “degenerazione della giustizia”: Rakosi fu obbligato a lasciare il potere e Nagy venne riconfermato. Ma l’intervento dell’Armata Rossa contro i rivoltosi nel 1956 cambiò le carte in tavola a tutti: a Rakosi fu vietato il ritorno in Ungheria, mentre Nagy, che fece di tutto per scongiurare l’invasione dei sovietici, fu catturato e giustiziato.

POLONIA, BOLESŁAW BIERUT

Per Stalin la resa della Polonia all’egemonia sovietica era assolutamente primaria nei suoi progetti. Le elezioni del 1947 videro la vittoria del blocco comunista con l’80% dei voti. Nel governo venutosi a formare i sovietici collocarono loro funzionari e chiamarono un loro amico socialista, Edward Osóbka-Morawski, a presiederlo. Osóbka-Morawski si impadronì subito dei centri di potere e pianificò delle elezioni da vincere in modo schiacciante per poi liquidare tutte le forze politiche avverse. La Polonia aprì ufficialmente le porte allo stalinismo il 22 luglio del 1952 con la proclamazione della Repubblica popolare e con la salita al potere di Bolesław Bierut.

Lo Stalin polacco
Bierut si conquistò l’appellativo di“Stalin polacco” per il suo autoritarismo e la sua inflessibilità. In economia prevalse la collettivizzazione nella politica agraria, mentre negli affari interni dilagarono i processi contro “i nemici del popolo”. Furono arrestati coloro che avevano combattuto i tedeschi a fianco degli occidentali, i familiari di chi era fuggito all’estero o semplicemente chi si permetteva di criticare il sistema. La Chiesa cattolica venne perseguitata, confiscato tutto il suo patrimonio, arrestati i suoi sacerdoti, tra i quali il famoso cardinale Stefan Wyszynski. Non andò meglio ai docenti non allineati, licenziati dalle università, e agli artisti, obbligati a operare nell’unica corrente culturale tollerata: il realismo socialista. L’epoca del terrore finì nel 1956, dopo il terremoto politico del XX Congresso del PCUS. Bierut morì proprio in quei giorni. I suoi successori liberarono i detenuti politici e ripristinarono in parte le libertà personali. Ma nell’estate del 1981, con un golpe prese il potere il generale Wojciek Jaruzelsky. Era la reazione alla crescente forza politica di Solidarnosc, sindacato di ispirazione cattolica guidato da Lech Walesa. Walesa e altri dirigenti furono arrestati ma ormai i tempi erano maturi: nel 1989 Jaruzelsky lasciò i suoi incarichi e passò gradualmente i poteri a Solidarnosc.

IUGOSLAVIA, JOSIP BROZ TITO

La presa del potere dei comunisti in Iugoslavia fu relativamente facile. Josip Broz, detto Tito, cofondatore del Partito comunista di Iugoslavia e membro del PCUS e della polizia sovietica, si impose grazie al prestigio conquistato in guerra durante la Resistenza, peraltro senza grande aiuto dall’Armata Rossa. Tito portò la Iugoslavia a essere il primo Paese dell’Est europeo a smarcarsi dall’egemonia sovietica. Era infatti contrario ai piani staliniani della “divisione del lavoro” all’interno del blocco orientale. Completamente isolata tra i Paesi comunisti europei, la Iugoslavia – accusata di “deviazionismo”, collusione con l’imperialismo ed esclusa dal Cominform – avviò una politica estera di neutralità durante la guerra fredda, mentre in politica interna cercò di raggiungere un giusto mix tra statalizzazione ed economia di mercato. Tra l’altro in Iugoslavia si poteva viaggiare liberamente e anche gli iugoslavi potevano uscire. Nel 1974 fu eletto presidente a vita.

Contro Stalin
A differenza delle altre dittature comuniste, nel regime di Tito le vittime della repressione furono i cosiddetti “cominformisti”, cioè coloro che erano ritenuti amici di Stalin. Tito organizzò una forza di polizia segreta incaricata di ricercare, imprigionare e processare coloro che erano sospettati di collaborazionismo, impegnandosi, in nome dell’unità della Iugoslavia, nella repressione dei sentimenti nazionalisti e separatisti delle popolazioni. Nel 1948 fu il primo leader comunista a sfidare Mosca giungendo a una clamorosa rottura con l’Urss che reagì perseguendo quanti, in altri Stati del blocco comunista, dimostravano simpatie verso la sua politica. Solo in seguito alla destalinizzazione inaugurata da Krusciov nel ‘56, i rapporti tra l’Urss e la Iugoslavia si normalizzarono. All’inizio degli anni ’70, fu responsabile di una forte repressione di alcuni movimenti di rinnovamento in Serbia, Croazia e Slovenia. Nel corso degli anni successivi il ruolo di Tito si fece via via sempre più marginale. Fu tra l’altro ricoverato per problemi a una gamba e subì l’amputazione dell’arto. Tito morì il 4 maggio del 1980 nel centro clinico di Lubiana. In vita fumava oltre 100 sigarette al giorno, aveva un appetito formidabile e amava trascorrere periodi di riposo nelle sue lussuosissime ville. Il politologo statunitense Rudolph Joseph Rummel lo accusò di crimini contro l’umanità, considerandolo direttamente o indirettamente colpevole della morte di un milione di persone.

BULGARIA, TODOR ŽIVKOV

La Bulgaria divenne una repubblica popolare nel 1946 e nel corso di due anni vide la vita democratica quasi cancellata, con il Partito comunista al comando in stretta dipendenza dall’Urss. Tre i premier che si avvicendarono al potere: Georgi Dimitrov, sino al 1946, Valko Cervenkov sino al 1954, Todor Živkov sino al 1989, quando solo ventiquattr’ore dopo la caduta del muro di Berlino crollò il comunismo nel Paese. Valko Cervenkov, nato nel 1900, a 25 anni fuggì dal suo Paese oppresso da un regime fascista e scappò in Unione Sovietica, dove assunse prima la direzione di una scuola d’indottrinamento marxista-leninista e poi di una radio che trasmetteva propaganda pro-sovietica ai suoi connazionali. Tornato in Bulgaria e diventato segretario generale del partito, subì, dopo la morte di Stalin (1953), forti pressioni dai sovietici, che finirono per preferirgli Todor Živkov, con cui lo sostituirono il 4 marzo del 1954. Nonostante un tentativo di colpo di Stato nel 1965 a opera di gerarchi del partito, Todor Živkov mantenne il potere ed è ricordato come il leader più longevo (governò fino al 1989) in uno Stato comunista del blocco sovietico. Prima di arrivare ai vertici, negli anni del dopoguerra comandò in Urss la Milizia del Popolo dove fece piazza pulita tra i dissidenti. Un“talento” che sfruttò anche in patria, dove mise a tacere migliaia di voci dell’opposizione.

Nonno Todor
Amico e protetto sia di Krusciov sia di Leonid Breznez, coltivava da sempre il sogno che la Bulgaria fosse annessa all’Urss, diventandone la“sedicesima repubblica”. Il sogno rimase tale, visto che il Cremlino ritenne sconveniente una tale operazione. La sua carriera nel partito fu compromessa da una disordinata vita privata (donne e alcol erano la sua passione). Quando morì nel 1998 di polmonite, mentre scontava ai domiciliari una condanna per malversazione, gli furono negati i funerali di Stato. Nonostante il suo tenace servilismo versoMosca, le dure accuse per le sue azioni contro la minoranza turca e il disastro economico in cui lasciò il suo Paese, in quei giorni non pochi bulgari ammisero di rimpiangere“nonno Todor”.

CECOSLOVACCHIA, KLEMENT GOTTWALD

Drammatico fu il destino della Cecoslovacchia, Paese di grande tradizione democratica, che prima di cadere nella sfera di influenza dell’Urss vantava per altro una forte solidità economica. Nel 1947 l’allora primo ministro in carica, Klement Gottwald, fu convocato a Mosca da Stalin e al ritorno pianificò con l’aiuto sovietico una violenta campagna comunista, che portò il 20 febbraio del 1948 a un colpo di Stato e costrinse il presidente della Repubblica Edward Benes ad affidare le sorti del Paese a un governo controllato da Mosca. Nel febbraio del ’48 una nuova Costituzione trasformava anche la Cecoslovacchia in una“democrazia popolare”. Come da copione, furono eliminati tutti i dissidenti, condannati a morte e arrestati quei comunisti che avevano avuto contatti con l’Occidente, repressa la Chiesa cattolica, abolita la proprietà privata. Gottwald sostituì Edward Benes, che si era rifiutato di controfirmare la Costituzione, assumendo anche la carica di presidente della Repubblica, sino alla sua morte, nel 1953.

Primavera di Praga
Più di vent’anni dopo la Cecoslovacchia, guidata da Aleksander Dubcek, sarebbe stata protagonista del più ampio esperimento di liberalizzazione mai tentato in un Paese nell’orbita di Mosca, culminato nel ’68 con la cosiddetta Primavera di Praga: una stagione di grande fermento culturale e politico con ampia libertà di stampa e opinione. Insomma, un tentativo di socialismo dal volto umano infranto dalle truppe armate russe, polacche, ungheresi, bulgare e tedesche dell’Est che occuparono la capitale e il resto del Paese. Dubcek fu arrestato e insediato l’ennesimo governo fantoccio filosovietico, guidato da Gustáv Husák. Durante la Primavera di Praga, fu lui il riferimento dei sovietici per riportare sotto controllo il Paese e nei suoi anni di leadership (dal 1969 al 1987) si dimostrò uno dei più fedeli alleati dell’Urss. Il 16 novembre 1989 a Bratislava e il giorno dopo a Praga, le manifestazioni di protesta anticomuniste ebbero finalmente esiti diversi. Si trattò della Rivoluzione di velluto, così chiamata perché riuscì a rovesciare senza far uso di violenza il regime.Václav Havel, drammaturgo e attivista politico, fu uno dei leader che guidò ilmovimento. E il 29 dicembre 1989 venne nominato presidente.

GERMANIA, ERICH HONECKER

“Giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la Repubblica Democratica Tedesca non è stata costituita invano. Si è trattato del primo Stato socialista sul suolo tedesco”. Fu con queste parole che Erich Honecker, a capo della ex Ddr per 18 anni, provò a difendersi nel 1992, davanti al tribunale di Berlino. Il processo, in cui era accusato per responsabilità nelle violazioni dei diritti umani, abuso d’ufficio e alto tradimento, non fu portato a termine a causa della sua malattia. Due anni dopo sarebbe morto in esilio in Cile, per un cancro, a 81 anni. La più grave accusa mossagli fu la repressione di ogni opposizione attraverso la terribile Stasi (il ministero per la Sicurezza dello Stato), organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est che, oltre al capillare controllo della vita dei cittadini, sorvegliava i confini del Paese, uccidendo chiunque tentasse di scappare scavalcando il Muro.

Giù dal muro
Funzionario del Partito comunista tedesco in gioventù, carica che gli costò il carcere durante il nazismo, nel 1971 divenne Primo segretario, poi Segretario generale del Comitato centrale e presidente del Consiglio nazionale, per essere poi eletto nel 1976 alla carica di Presidente. Contrario al processo di riforme portato avanti da Gorbaciov, si pose in contrasto con Mosca e fu costretto a rassegnare le dimissioni in seguito all’affermarsi nel partito della corrente vicina alle idee riformiste e alla contemporanea dissoluzione dei regimi socialisti in Europa Orientale. Il 3 dicembre 1989 venne espulso dal partito, gli fu confiscato un cospicuo conto bancario personale, la sua preziosa collezione di armi da caccia e uniformi e fu obbligato ad abbandonare le sue lussuose residenze.

BIELORUSSIA, ALEXANDER LUKASHENKO

C’è ancora una dittatura in Europa, ed è quella di Alexander Lukashenko che è presidente della Bielorussia dal 1994 (fino a oggi ha “vinto”tutte le elezioni nel Paese). Occupata – e devastata – dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, al termine del conflitto tornò a far parte dell’Unione Sovietica e tale rimase fino all’indipendenza, nel 1991. Il 10 luglio del 1994 venne eletto primo presidente della repubblica Lukashenko. Durante la campagna elettorale spaventò i suoi avversari con la minaccia che li avrebbe “spediti sull’Himalaya” in caso di successo. La vittoria arrivò, seguita da un governo all’insegna di un autoritarismo più che marcato. Gli americani lo hanno più volte definito “l’ultimo dittatore e tiranno in Europa”, per le proibizioni della libertà di parola e di stampa in atto nel Paese, motivazioni costate alla Bielorussia la partecipazione al Consiglio d’Europa.

Metodi spicci
I passaggi elettorali che hanno consentito nel tempo, con “percentuali bulgare”, i cinque mandati presidenziali consecutivi di Alexander Lukashenko – a cui va aggiunto il referendum con cui il presidente ottenne in modo plebiscitario l’eliminazione dei limiti dei mandati presidenziali – sono stati giudicati non validi dagli osservatori internazionali dell’OSCE, per non essere avvenuti in un ambiente democratico con libertà di voto e contestati dall’Unione Europea e dal Dipartimento di Stato statunitense. Lukashenko cacciò nel 1996 ben 89 deputati definiti “sleali” dal parlamento e due anni dopo fece arrestare trenta funzionari ufficiali di governo ed espellere gli ambasciatori di Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Italia, Grecia e Giappone, con l’accusa di cospirazione. Quando la Bielorussia fu espulsa dal Fondo monetario internazionale e le sue vittorie sportive, ai XVIII Giochi olimpici invernali di Nagano (1998) in Giappone, cancellate, il presidente accusò l’Occidente di voler emarginare il suo Paese. Nel 2002 si ritirarono dal Paese gli ambasciatori europei e Lukashenko, rivolgendosi al ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, omosessuale, ebbe l’eleganza di dichiarare: “Meglio essere dittatore che gay!”. Tuttavia ha anche dei sostenitori, convinti che la sua politica economica sia riuscita a salvare la Bielorussia dai peggiori effetti delle riforme economiche post-Urss, con una crescita media annua del 6,9% del Pil.

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